Incontro con Kifah Addara, promotrice della Cooperativa delle Donne di At-Tuwani, Palestina

Domenica 28 novembre 2010 abbiamo  incontrato presso la sede LIFE a Ravenna, Kifah Addara, fondatrice e responsabile della Cooperativa delle Donne di At-Tuwani, villaggio palestinese situato nella Cisgiordania.
At-Tuwani e’ un villaggio rurale di circa 200 persone, in un’area a sud di Hebron, occupata militarmente dall’esercito israeliano e dagli insediamenti dei coloni. Gli abitanti attuano una resistenza nonviolenta che coinvolge tutto il villaggio donne uomini e bambini. Kifah ci ha raccontato la loro situazione, simile a quella di altri villaggi nella zona; un’occupazione violenta, e una quotidianità tragica, difficile. Le coltivazioni distrutte, il grano e i raccolti bruciatoi o rubati.  I coloni avvelenano i pozzi dell’acqua e il bestiame, rubano gli animali affidati ai bambini terrorizzandoli con le armi.

L’economia del villaggio si è fermata, a causa di questa occupazione che Kifah ha definito “un’occupazione contro la vita”. Non ci sono infatti i mezzi nemmeno per la sopravvivenza. Qualche anno fa, di fronte a questo stato delle cose le donne del paese hanno iniziato a riflettere sul da farsi per creare un’alternativa alle tradizionali attività ormai divenute impossibili da esercitare.

kifah1E’ nata così la Cooperativa delle Donne. Inizialmente un gruppo di sette donne hanno iniziato a produrre oggetti di artigianato locale, e cercato canali di vendita dei prodotti tramite alcune associazioni umanitarie internazionali.  Ci sono state inizialmente resistenze da parte degli uomini, che vedevano con preoccupazione il lavoro fuori casa delle donne. Ma il sostegno del capo del villaggio, e i primi risultati positivi, che hanno portato un concreto  miglioramento nelle vite delle famiglie, hanno spinto gli uomini a mettere in discussione le loro reticenze e guardare l’iniziativa con altri occhi, giudicandola alla fine importante e non in contraddizione con i loro principi. E’ un altro lato del nostro impegno, ci dice la fondatrice della cooperativa delle donne: contro l’occupazione, ma anche per cambiare  una mentalità maschile che vede molto ridotto  il ruolo delle donne nella società.

Le donne della cooperativa adesso sono trentotto e alcuni volontari nordamericani si sono stabiliti nel villaggio; ci racconta Kifah che con la loro presenza (fino a qualche anno fa non c’erano stranieri) la situazione è migliorata molto,.

Con i guadagni del lavoro della cooperativa hanno costruito una scuola per i loro bambini. Gli israeliani impediscono nella zona, che hanno dichiarato militare, la costruzione di qualsiasi edificio: le foto ci mostrano che le persone vivono nelle grotte, perché non possono costruire case. E’ stato negato più volte il permesso di costruire un consultorio, per assistere le donne gravide. Alcuni video riportano le testimonianze di donne che nelle grotte hanno partorito, senza nessuna assistenza medica, perché i posti di blocco non consentono un ‘immediato intervento di soccorso sanitario. Enormi blocchi di cemento vengono disseminati dai soldati sulla strada che porta al villaggio per impedire il passaggio delle auto: gli abitanti li rimuovono dalla strada con le mani.

tuwani1La costruzione della scuola di Attuwani si è compiuta di notte. Gli israeliani arrestavano e trattenevano per mesi gli uomini colti a lavorarvi e per rilasciarli era necessario pagare pesanti cauzioni; allora hanno iniziato a lavorare di notte, mentre le donne e i bambini facevano la guardia sulle colline. La costruzione del tetto ha visto impegnati tutti del villaggio, anche i bambini, e l’hanno ultimato in una notte. La scuola è stata poi demolita dai soldati, e ricostruita. Con lo stesso metodo è stato costruito un ambulatorio e una piccola moschea, demoliti anch’essi dai soldati, e poi ricostruiti. Dice Kifah: ricostruiremo tutto, sempre.

Anche dai villaggi vicini arrivano i bambini per studiare nella scuola di Attuwani: 15 minuti di cammino diventano due ore, tra i blocchi dei soldati, minacce e percosse, con i volontari stranieri a fare scudo. I volontari hanno una funzione di tutela, in molte situazioni a rischio, come ad esempio accompagnare i bambini lungo il percorso per andare a scuola, difendendoli dalle aggressioni dei militari israeliani. Diversi di loro hanno riportato ferite significative durante lo svolgimento di questo compito.

Dopo anni di rTuwani_roadblockichieste, è arrivata la promessa della luce elettrica nel villaggio grazie all’intervento del primo ministro britannico. In realtà poi sono arrivati solo i pali di sostegno di una rete elettrica mai realizzata, poi rimossi dall’esercito che è entrato in paese con i carri armati. In quell’occasione una cordata di donne e bambini hanno cercato di fermarli, tra lacrimogeni e violenze. Kifah ci ha raccontato di due donne soldato che hanno rifiutato di picchiare i bambini. Hanno detto ai loro superiori:  per noi anche gli animali hanno un anima, perché loro non devono averla?

Sentito questo le chiediamo loro: cosa dicono i cittadini israeliani, di questi fatti? Ci sono israeliani solidali con voi?

“ Gli israeliani che vivono nelle città – ci dice- hanno tutto, una vita agiata e non hanno bisogno di uscirne. Forse non immaginano nemmeno l’inferno in cui viviamo, la TV non parla di cosa accade nei villaggi. C’è il modo di informarsi ovviamente, internet e tv satellitari, ma non c’è l’interesse per la maggior parte delle persone”.

Inoltre per quei pochi che vorrebbero venire a  vedere non è facile, ci vogliono permessi per muoversi e si impiegano mesi per venire da noi . Noi donne palestinesi dobbiamo cercare occasioni di incontro con le donne israeliane, parlare con loro e raccontare quello che accade.”

Ogni sabato Kifah e le altre donne si recano al lavoro con i volontari delle associazioni umanitarie (il sabato è festivo ed è meno rigido il controllo) e girano filmati per diffonderli il più possibile.

Guardiamo alcuni di questi filmati e ascoltiamo anche Joy, la volontaria di Humanity Toghether che vive da due anni ad Attuwani e ha accompagnato Kifah in Italia.

attuwani2Hanno fatto molti incontri con associazioni in diverse città italiane in questi giorni, cosa sperano rimanga della loro testimonianza? In questo pomeriggio trascorso insieme le parole di Kifah sono state poche, semplici. Anche ora ci risponde con poche parole, concrete, e disarmanti.

“ Il mio messaggio è che noi abbiamo un diritto. Il più forte non è chi ha le armi, ma chi ha un diritto. La nostra forza viene da qui, ed è per questo che anche se abbiamo davanti un paese potente, e che ha molti mezzi, noi continueremo a lottare.”

Resoconto dell’incontro a cura di Marisa Iannucci – Associazione LIFE

Foto: Humanity Toghether

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