A proposito di matrimonio: un seminario di studi per decostruire i luoghi comuni

RAVENNA, 18 DICEMBRE 2010

“Noi riteniamo che [la] cultura che prende di mira le donne […] vada combattuta insieme. Dobbiamo cercare tutte le soluzioni possibili per sconfiggere questo pensiero […]perché crediamo alla sacralità della vita e alla parità tra uomo e donna”.  Con queste parole l’associazione culturale “Centro Minhaj-ul-Quran”, le Associazioni Pakistane di Modena e Reggio Emilia e il presidente dell’associazione M.L.N.W. rispondevano alle accuse rivolte alla “comunità pakistana” presente in Italia, all’indomani dell’omicidio di Shehnaz Begum da parte del marito. L’uccisione della donna rappresenta l’estrema conseguenza della sua ferma opposizione al matrimonio imposto alla figlia. I titoli dei giornali, all’indomani, attribuivano l’atto del marito ad una punizione nei confronti di una moglie ormai “troppo occidentale” per accettare quello che si configurerebbe come un “istituto tradizionale della cultura islamica”.

18.12.10-1Da questo scambio mediatico hanno preso spunto numerose riflessioni, alcune delle quali sono state condivise nel corso di un seminario di studi A proposito di Matrimonio, promosso dalla Associazione Femminile Maschile Plurale e da Lega Life, con la collaborazione della Casa delle Culture e della rete Civile contro il Razzismo e la Xenofobia, che si è svolto sabato 18 dicembre presso la Casa delle Culture di Ravenna. Il pubblico, composto da rappresentanti di associazioni (Liljana Picari portavoce di Ravenna Solidarietà, Marinella Gondolini di Città Meticcia, Angelo Morini del Movimento Federalista Europeo), istituzioni (Giovanna Piaia, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Ravenna  e Raffaella Sutter dirigente del Comune di Ravenna), sindacati  (Mirella Rossi Ufficio Immigrati CGIL e Rete Civile), numerosi rappresentanti di altre associazioni aderenti alla Rete, ma anche da liberi uditori (giovani del corso di laurea in cooperazione internazionale e della comunità islamica di Ravenna), ha seguito gli interventi di Ada Assirelli e Maria Paola Patuelli dell’associazione Femminile Maschile Plurale, di  Marisa Iannucci, presidentessa dell’associazione Life e di Barbara Sorgoni, ricercatrice e docente presso la sede ravennate dell’Università di Bologna. Una mattinata di intenso lavoro, con, durante il breve intervallo, un delizioso tè alla menta, che ha facilitato la reciproca conoscenza e il dialogo.

Ada Assirelli ha spiegato come l’esigenza di organizzare un incontro di questo tipo sia scaturita da una riflessione a proposito dell’appello lanciato, all’epoca dei fatti, dall’associazione Trama di Terre di Faenza: in esso, si poteva leggere la rivendicazione di un diritto all’emancipazione da parte delle giovani immigrate in Italia, le quali  “sperano e sognano di poter studiare, lavorare, non sottostare alle violenze patriarcali e religiose[1]”. “Per molte di loro”, continuava il comunicato, “vivere in Italia sotto una pesante tradizione significa perdere quei diritti che in alcuni dei loro Paesi di origine sono ormai legge”. Sull’onda delle emozioni causate dal drammatico episodio, molte persone avevano firmato l’appello. Ad un esame più attento del testo, però, alcune espressioni come “violenze patriarcali e religiose” e “ pesante tradizione” sono apparse fuorvianti ed hanno suscitato alcuni interrogativi: cosa si dovrebbe intendere per  “violenze religiose”? Che cos’è “tradizione” e che cosa non lo è? Qual è la differenza tra cultura, tradizione e religione e perché non solo sui mass media, ma anche nel linguaggio corrente, questi termini vengono spesso considerati quasi intercambiabili?

Per cercare di dare risposta a tali questioni, Maria Paola Patuelli ha proposto una sintesi del percorso storico del 18.12.10-1matrimonio nella storia “occidentale”: dal contratto, stipulato e valido solo con il consenso paterno, che sanciva l’unione matrimoniale nella Grecia classica; alla sacralizzazione del matrimonio ad opera della Chiesa medievale in contraddizione con il dettato evangelico, come sottolinea Lutero, che non parla di matrimonio in termini  di sacramento, al recupero della dimensione civile del matrimonio in seguito alla rivoluzione francese, fino ad arrivare alle dispute in seno all’assemblea costituente italiana perché all’unione matrimoniale non fosse imposta de lege l’indissolubilità; fino alla legge del 1970 che laicizza definitivamente il matrimonio, rendendo il divorzio possibile.

Marisa Iannucci ha descritto il matrimonio così come viene disciplinato dalle due principali fonti normative dell’Islam sunnita: il Corano e la Sunna. In particolare, si è soffermata sull’importanza dell’innovazione giuridica che la religione islamica ha comportato in seno alle società con le quali è entrata in contatto: in molti casi, infatti, esistevano molteplici fattispecie assimilabili al matrimonio, nessuna delle quali prevedeva necessariamente il libero consenso di entrambi gli sposi. L’islam, invece, prevede una disciplina rigorosa di quello che si configura come un contratto di diritto privato, dove è richiesto il consenso esplicito di entrambi i soggetti coinvolti alla presenza di due testimoni. Di conseguenza il matrimonio forzato non solo non è né incoraggiato né consentito, ma non produce nemmeno effetti giuridici perché non è valido.

Diverso è il caso del matrimonio combinato, per il quale è comunque necessario il consenso dei due sposi. Questi ultimi, però, potrebbero essere sottoposti a pressioni e ricatti finalizzati ad estorcere loro un parere positivo, nel quadro di strategie volte a mantenere l’equilibrio sociale, oppure ad aumentare il prestigio delle famiglie coinvolte. Tali prassi che, beninteso, rappresentano l’eccezione e non la regola, non trovano comunque alcuna giustificazione nel contesto della religione islamica, ma possono avere un peso rilevantissimo per gli individui i quali, in caso di dissenso, rischiano l’allontanamento dalla comunità. A questo proposito, Iannucci ha evidenziato come soprattutto nel caso dei migranti, l’esclusione dal gruppo dei connazionali presenti sul territorio ospitante può tradursi in una vera e propria “morte sociale”.

18.12.10-3In assenza di Patrizia Khadija Dal Monte, responsabile in Italia della campagna “ Mano nella mano contro i matrimoni forzati” dello SPIOR, Iannucci ha poi spiegato brevemente i contenuti e le finalità della campagna promossa da tale organizzazione: sensibilizzare i fedeli musulmani presenti in Europa, collaborando con le autorità religiose affinché diffondano un’immagine dell’istituto del matrimonio coerente con i principi di equità sanciti dalla religione islamica.

L’intervento finale di Barbara Sorgoni ha seguito un percorso circolare, iniziato e concluso a partire dal concetto di “cultura”, ricordando come questo termine – centrale per gli studi antropologici – venga oggi utilizzato in ambiti diversissimi e con significati molteplici non sempre dichiarati, e sia quindi costantemente esposto al rischio di distorsioni o strumentalizzazioni. Il primo tema affrontato dagli antropologi dell’800 è proprio quella “parentela” che oggi, nel contesto occidentale, si ritiene spesso priva di significato. Attraverso esempi diretti, Sorgoni ha mostrato come l’uso del termine “naturale” per descrivere un legame di parentela sia assolutamente improprio: la parentela è, piuttosto, un legame costruito socialmente. In questo senso, il matrimonio si configura come il riconoscimento socialmente accettabile dell’unione tra due individui, che ha due finalità fondamentali: legittimare tale unione e la discendenza che ne deriva, e creare alleanze tra gruppi (non a caso, anche nel rituale previsto dal matrimonio cattolico è il padre che accompagna sua figlia all’altare consegnandola al marito). Tali alleanze possono consentire ai membri dei rispettivi gruppi di acquisire diritti, vantaggi o privilegi e di modificare il proprio status economico e sociale.

Quando però accade – come riferito da alcuni membri della comunità pakistana in Norvegia – che il termine “visuna” che tradizionalmente significa “visto”, venga invece utilizzato per indicare ogni ragazza di origini pakistane e cittadinanza norvegese che, se sposata (anche contro il proprio consenso), consente ad un individuo e alla sua famiglia l’ingresso in Europa, difficilmente possiamo parlare di matrimonio “islamico” o  “tradizionale”. Piuttosto, la tradizione dei matrimoni combinati serve qui per mascherare istanze transnazionali del tutto moderne.  Termini come “cultura” e “tradizione” vengono sempre più spesso utilizzati per descrivere comunità immaginate come immerse e intrappolate in consuetudini ataviche ed immobili. Comunità di questo tipo non esistono; al contrario, tali concetti trovano il loro senso solo se posti in un rapporto dinamico e dialettico con la realtà storica e sociale nella quale vivono gli individui.

Il dibattito che ne è seguito ha ribadito ancora una volta come l’uso improprio di certi termini può dar origine a categorie fittizie, come quelle di “culture violente” o “scontri di culture”, di “islam” più o meno moderato o integralista, che non solo non rispondono adeguatamente al bisogno di raccontare ed analizzare la realtà, ma rischiano di prestarsi a strumentalizzazioni semplicistiche e, soprattutto, a scelte politiche discriminatorie e pericolose. La via di uscita non può che passare per il confronto aperto e costruttivo tra persone portatrici di storie diverse.

L’impegno, a conclusione del seminario, è stato quello di continuare la collaborazione e di portare “lo spirito” del confronto ovunque sia possibile, o necessario: nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle varie aggregazioni sociali.

 

Ravenna, 21 dicembre 2010

RESOCONTO A CURA di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Maria Paola Patuelli, Barbara Sorgoni, Elena Starna

Programma SEMINARIO A proposito di matrimonio

Comunicato Stampa 18.12.10

[1] http://www.tramaditerre.org/tdt/articles/art_5709.html

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